Che sia denunciata pubblicamente la violazione in atto dei diritti degli uomini (androfobia)

Destinatario: Senatore Carlo Giovanardi

 

Che sia denunciata pubblicamente la violazione in atto dei diritti degli uomini (androfobia)

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Che sia denunciata pubblicamente la violazione in atto dei diritti degli uomini (androfobia)

Chi dice che la condizione omosessuale non è normale o non è naturale è considerato reo di omofobia. E chi dice, come ormai viene pubblicizzato in tutto il mondo, che la condizione bio-psichica dell'uomo, orientato ad essere padre in collaborazione con il suo partner femminile, è uno stereotipo e un pregiudizio, non è reo di androfobia?

Si tratta di un discorso giuridico rigoroso, che dimostra come i diritti più realmente minacciati non sono quelli di una minoranza (gli omosessuali), bensì quelli di una immensa maggioranza (gli uomini coscienti della normalità del proprio essere bio-psichico maschile). La dimostrazione rigorosa dell'assunto è affidata a un documento di tre pagine, redatto in collaborazione con esperti di diritto, dal titolo "Manifesto del movimento giuridico maschile contro l'androfobia". Testo del Manifesto:

Manifesto del movimento giuridico maschile contro l’androfobia

Secondo una prassi, che si sta diffondendo già nelle scuole primarie, e anche dell’infanzia, in conformità con la teoria del gender, si insegna, fin dalla più tenera età, che l’essere biologico-strutturale dell’uomo - come quello della donna - non costituisce una realtà naturale che va rispettata come fonte di identità e di diritti, ma che tutto il complesso psico-identitario maschile - come quello femminile - è un puro prodotto socio-culturale, per sua struttura soggetto a cambiamenti che possono estendersi dalla transizione dal genere maschile al femminile e viceversa ad ogni possibile orientamento sessuale (genere neutro).

La suddetta prassi, e la teoria su cui essa si fonda, costituisce una violazione e una discriminazione indebite dei diritti non di una minoranza, bensì di una maggioranza - violazione e discriminazione ancora più gravi di quelle che possono avvenire nei confronti di una minoranza. Infatti il numero dei soggetti interessati, e potenzialmente lesi, comprende la stragrande maggioranza degli uomini di tutto il mondo - qui si prendono in considerazione principalmente gli uomini; un discorso analogo è stato fatto anche per le donne (vedi la petizione parallela a questa: http://citizengo.org/it/11561-che-si-rovescino-le-argomentazioni-dei-gay...) - e rappresenta circa la metà del genere umano, onde il rispetto del loro essere, e dei diritti che da esso derivano, è assolutamente determinante per il futuro di tutte le nazioni.

Quesito fondamentale: costituisce violazione di diritti fondamentali e discriminazione il fatto di negare a una persona umana, fin dall’inizio della sua esistenza, il valore di realtà del suo proprio essere biologico-strutturale e l'esistenza di diritti che da esso derivano, e allo stesso tempo pretendere di affermare come inviolabile la realtà di un’identità psichica in contraddizione con l’essere biologico-strutturale proprio ed attribuirle diritti di rango uguale se non addirittura superiore?

La risposta non può essere che positiva: vi è violazione e discriminazione in tale operazione.

Se un’identità assolutamente minoritaria, e non fondata sull’essere proprio, viene considerata quale realtà inviolabile e fonte di diritti assoluti, con fondamento assai più consistente un’identità immensamente maggioritaria e fondata sull’essere proprio deve essere considerata quale realtà obiettiva inviolabile e fonte di diritti inalienabili da essa scaturenti, pena la palese e insostenibile contraddizione.

La contraddizione appare palese se si considera che in alcune nazioni, mentre non si permette che vengano proposte terapie per ricondurre gli omosessuali allo stato di eterosessualità, nello stesso tempo si permette che si prospetti fin dall’infanzia, come cosa normale, che si possano praticare percorsi psichici e fisici per transire dal genere maschile al femminile e viceversa. Dunque lo stato psichico omosessuale è così normale da non poter essere toccato, mentre lo stato bio-psichico maschile - ovvero femminile - è così poco normale da poter essere pubblicamente presentato come liberamente manipolabile?

Come, dunque, è stato introdotto il termine “omofobia” per indicare la vera o presunta violazione dei diritti e discriminazione nei confronti di un’identità psichica in contraddizione con l’essere biologico-strutturale proprio, analogamente, e con maggior ragione, va introdotto il termine “androfobia” per indicare la violazione dei diritti e la discriminazione nei confronti dell’identità psichica dell’uomo, in quanto inalienabilmente fondata sul suo essere biologico-strutturale innato.

La prassi educativa scaturente dalla teoria del gender, con un modo di procedere che legittimamente può, e deve, essere chiamato “androfobico”, vorrebbe imporre all’uomo, fin dall’infanzia, di considerare il suo proprio essere come non esistente in quanto realtà strutturale, e perciò intercambiabile. E, con la negazione dell’essere proprio dell’uomo, al medesimo vengono, conseguentemente, negati i diritti che da esso naturalmente derivano: il diritto, cioè, di essere considerato il naturale partner della realtà biologico-strutturale femminile e quindi il naturale procreatore ed educatore, insieme al suo partner femminile, della vita umana nascente. La negazione del fondamentale diritto degli uomini ad essere se stesse, cioè esseri maschili, si accompagna con la contraddittoria pretesa di conferire questo diritto - che nelle premesse del movimento androfobico non può essere considerato un diritto, perché si tratta di una costruzione culturale transitoria e infinitamente mutabile - a persone che hanno dalla nascita un essere biologico-strutturale femminile. Ma il modo in cui i suddetti diritti vengono esercitati da persone dall’essere biologico-strutturale femminile è necessariamente diminuito rispetto al medesimo esercizio del diritto, che, in quanto tale, viene negato agli uomini.

Ne consegue, dunque che si abbiano, in successione temporale e logica, le seguenti mutazioni del concetto di diritto connaturato alla persona:

1. il diritto naturale, fondamentale, assoluto ed inalienabile ad affermare la propria identità complessivamente considerata, comprendente l'appartenenza al proprio sesso biologico, da considerarsi la risultanza naturale necessaria dell’essere biologico-strutturale maschile degli uomini, viene negato e sostituito con una semplice mutevole convenzione sociale;

2. il diritto, di costruzione concettuale, che si pretende equivalente al diritto sopra menzionato, come un tempo era esercitato dagli uomini, viene conferito per legge (im)positiva a persone aventi per nascita un essere biologico-strutturale femminile;

3. il medesimo diritto, così artatamente conferito, finisce per essere esercitato necessariamente in forma diminuita e caricaturale rispetto alla sua forma naturale - la forma diminuita e caricaturale di detto diritto apparendo evidente, nelle situazioni in cui esso è esercitato, dal genere di rapporto fisico tra partner aventi lo stesso essere biologico-strutturale, dall’eventuale scimmiottatura chirurgica dell’essere biologico-strutturale dell’uomo, dall’estensione del linguaggio e delle funzioni dei rapporti parentali a generi di rapporto diminuiti e caricaturali rispetto ai rapporti naturali con la prole.

Da questa ricostruzione deriva che i diritti, sottratti per androfobia alla classe così immensamente maggioritaria degli uomini, vengono poi reintrodotti - a vantaggio di una sparuta minoranza di persone dall’essere biologico-strutturale femminile, eventualmente modificato, e a svantaggio della maggioranza costituita da persone dall’essere biologico-strutturale maschile - in una forma che per tutti, necessariamente, risulta diminuita. Infatti, se alla persona dall’essere biologico-strutturale maschile viene negato, fin dalla nascita, il diritto di essere ciò che è, perché l’altro possa essere ciò che non è, la medesima potrà ritenere il suo essere soltanto quale forma socio-culturale artificiale e quindi mutevole, dalla quale non possono scaturire se non diritti artificiali e mutevoli: gli stessi diritti, dunque, che la legge positiva conferisce agli altri.

Il suo rapporto con il coniuge, dunque, non sarà considerato diverso dal rapporto contro natura degli altri, né da esso scaturiranno particolari obblighi o dimensioni spirituali proprie; analogamente il suo rapporto con la prole non sarà considerato diverso dal rapporto con la “prole” degli altri, e perciò non potrà vantare, di fronte allo stato, diritti di paternità-maternità educativa diversi da quelli, artificiali e mutevoli, che eserciteranno gli altri.

Se infatti si ammette - come è ormai prassi ordinaria del movimento androfobico - che la prole non ha bisogno né per essere considerata tale, né per un suo positivo sviluppo umano, delle “obsolete” figure dell’uomo/padre e della donna/madre, quali diritti, diversi da quelli di un “responsabile” di qualsiasi genere o orientamento, potrebbe l’uomo-padre vedersi riconosciuti? Nel caso - per fare un solo esempio - di una separazione dal coniuge e della successiva convivenza di quest’ultimo con una persona del suo stesso sesso biologico, l’affidamento dei figli, per conseguenza logica, dovrebbe essere determinato non tenendo alcun conto dell’essere biologico-strutturale del padre.

E’ ovvio, dunque, che i diritti, originariamente legati all’essere biologico-strutturale dell’uomo, una volta negata la realtà naturale inviolabile di detto essere, necessariamente verranno separati da esso e, in questa loro nuova forma, non potranno non essere diminuiti, e come tali soltanto, ritornare all’essere dell’uomo da cui erano originariamente scaturiti.

Il fondamento di questa degradazione dei diritti fondamentali dell’uomo, e della conseguente discriminazione di esso nel confronti delle minoranze con identità psichica difforme dalla propria realtà strutturale, è, come abbiamo detto, la “androfobia”, cioè il rifiuto di accettare la realtà biologico-strutturale dell’uomo come reale e inviolabile, al fine di poter presentare come realtà fondata e, come tale, avente diritti inalienabili, l’identità psichica difforme dal proprio essere strutturale.

Contro questa violazione, che con pretestuose motivazioni giuridiche si sta estendendo a tutto il mondo, gli uomini hanno deciso di unirsi in un movimento giuridico internazionale che ha la finalità di riaffermare con determinazione, contro ogni androfobia, la realtà assolutamente inalienabile del loro essere biologico-strutturale, con tutti i diritti che necessariamente ne derivano, e in particolare il diritto ad essere considerati i soli veri detentori della facoltà di generare ed educare figli in piena armonia di vita comune con il proprio partner femminile, senza in alcun modo tollerare che tale diritto venga esteso a chi non detiene la realtà del loro essere inalienabile, risolvendosi necessariamente tale estensione indebita ad una degradazione dei caratteri che i rapporti coniugali e parentali hanno naturalmente e dei quali in alcun modo essi intendono essere defraudati.

Si invitano pertanto tutti gli uomini coscienti della loro dignità minacciata ad aderire fattivamente a questo movimento e ad impegnarsi per vedere riconosciuta come inammissibile in tutte le sedi istituzionali, nazionali e internazionali, la violazione androfobica, e la conseguente discriminazione, del loro essere biologico-strutturale maschile e dei diritti che da esso derivano.

(testo redatto in collaborazione da Don Massimo Lapponi e Monica Boccardi)

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