UN INTERVENTO DEL PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO SU UNA QUESTIONE LITURGICA (vedi contenuto lettera)

Destinatario: A SUA EMINENZA REV.MA CARDINALE PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO

 

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UN INTERVENTO DEL PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO SU UNA QUESTIONE LITURGICA (vedi contenuto lettera)

Eminenza reverendissima,

le scrivo filialmente a nome di tanti fedeli per domandarle un intervento risolutivo che ripristini nella Chiesa universale il diritto dei fedeli stessi di poter ricevere la Santa Comunione sulla lingua, come espressamente riconosciuto dall’Istruzione Redemptionis Sacramentum, 91-92.

La suddetta istruzione, approvata dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, che ne disponeva la pubblicazione e l’immediata osservanza, concludeva con la chiara espressione “nonostante qualunque cosa in contrario”. Ai numeri 176 e 177, si precisava inoltre, richiamando rispettivamente i canoni 838 §4 e 392 del CIC, che al Vescovo diocesano compete dare norme in materia liturgica, ma entro i limiti della sua competenza, con il vincolo di promuovere la disciplina comune a tutta la Chiesa e far osservare tutte le leggi ecclesiastiche. Ora invece, a quanti intendono ricevere la Comunione sulla lingua, viene rifiutata l’Eucaristia, non solo durante le celebrazioni eucaristiche pubbliche, ma anche quando viene richiesta in modo discreto, al di fuori della celebrazione.

La lettera del 13 novembre 2020, firmata dal Segretario della Congregazione da Lei presieduta, S. E. Mons. Arhur Roche, ha poi definitivamente spento le speranze dei fedeli, ribaltando totalmente la linea della Congregazione sulla questione. Linea espressa chiaramente nel Responsum del 1999, secondo il quale «agiscono in violazione delle norme sia coloro che obbligano i comunicandi a ricevere la comunione esclusivamente in mano sia coloro che rifiutano ai fedeli la comunione in mano nelle diocesi che godono di questo indulto». O ancora, nella lettera Prot. N. 1322/02/L del 1 luglio 2002, nella quale la Congregazione esprimeva con chiarezza che tale disciplina è ancorata al diritto universale della Chiesa, ritenendo «che qualsiasi rifiuto della Santa Comunione ad un fedele sulla base del suo modo di presentarsi sia una grave violazione di uno dei più fondamentali diritti del fedele cristiano, precisamente quello di essere assistito dai suoi Pastori per mezzo dei Sacramenti (CIC 213). E tenendo conto della norma per cui “i ministri dei sacramenti non possono negarli a chi legittimamente li chiedono, essendo propriamente disposti e non sia loro vietato di riceverli” (canone 843 comma 1), non dovrebbe esserci un tale rifiuto ad alcun cattolico che si presenti per la Santa Comunione alla Messa, tranne casi che presentino pericolo di grave scandalo ad altri credenti, che scaturisca da peccato pubblico impenitente od eresia impenitente o scisma, pubblicamente professati o dichiarati, della persona».
Non viene fatta menzione delle situazioni di pandemia come caso nel quale tale diritto del fedele possa essere soppresso. Il “sempre” di Redemptionis Sacramentum è stato coerentemente e uniformemente interpretato dalla Congregazione da Lei presieduta nel suo senso proprio, alla luce dell’unica restrizione riconosciuta dal Diritto Canonico (can. 915).

Che la situazione di pandemia non fosse un’eccezione ammessa, lo conferma anche la lettera
Prot. N. 655/09/L del 24 luglio 2009, la quale, mentre si era in piena pandemia da virus H1N1, continuava a ribadire la duplice norma presente nell’Istruzione Redemptionis Sacramentum, secondo la quale il fedele ha sempre il diritto di ricevere la Comunione sulla lingua e non è lecito negare la Santa Comunione ad un fedele che non sia impedito dalla legge ecclesiastica.

Ora, invece, la situazione ordinaria è la violazione sistematica e ripetuta dei canoni 912 e 915, oltre che dell’Istruzione summenzionata, da parte di quei vescovi che invece dovrebbero applicare e difendere la legge ecclesiastica. E il Segretario della Congregazione per il Culto Divino dà loro ragione, in virtù di ragioni sanitarie tutt’altro che condivise. Non c’è infatti alcuna evidenza scientifica, né consenso medico sulla presunzione che la Comunione in mano sia più sicura, dal punto di vista della trasmissione del virus SARS-COV-2, rispetto a quella sulla lingua. A maggio dello scorso anno, il prof. Filippo Maria Boscia, Presidente Nazionale dei Medici Cattolici italiani, riteneva persino più sicura la Comunione in bocca. Circa un mese dopo un gruppo di ventuno medici austriaci faceva presente alla propria Conferenza Episcopale la stessa convinzione. La Conferenza Episcopale statunitense, a sua volta, nelle linee guida per la riapertura delle celebrazioni pubbliche, riteneva che la Comunione potesse essere amministrata anche sulla lingua «senza irragionevoli rischi», adottando opportune precauzioni, e riconosceva che sulla questione non c’è consenso tra i medici.

Com’è dunque possibile che sulla base di opinioni personali di singoli vescovi e medici si sopprima un diritto universale dei fedeli e si eclissi quel «modo di distribuire la Comunione» che «si deve senz’altro conservare, non solo perché poggia su di una tradizione plurisecolare, ma specialmente perché esprime e significa il riverente rispetto dei fedeli verso la Santa Eucaristia» (Memoriale Domini)? Com’è possibile che una posizione medica incerta possa giustificare non solo la proibizione della distribuzione pubblica della Comunione sulla lingua, ma addirittura quella amministrata al di fuori della celebrazione, con tutte le precauzioni del caso? Non si tratta forse di un vero e proprio accanimento contro questa modalità che la Chiesa ha tanto a cuore, con il pretesto della pandemia?
Se si accetta ora questa violazione palese, sulla base del nulla, si pongono inevitabilmente le basi per una proibizione perpetua della Comunione sulla lingua, perché, terminata questa pandemia, si potrà dire che c’è il rischio comunque di trasmettere l’influenza A, B o qualsiasi altro virus simil-influenzale che tutti gli anni provoca, secondo le stime OMS, circa 650 mila morti nel mondo.

Certa di un suo autorevole intervento, le assicuro la mia povera preghiera e la mia gratitudine per quanto compie ogni giorno per la difesa della Santa Liturgia.

In Cristo e nella SS. Vergine,

Luisella Scrosati, a nome di tanti fedeli

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